La GAP è creata per completare l’assicurazione principale del veicolo perché aiuta il cliente ad affrontare la spesa addizionale che sopraggiunge solitamente in caso di furto o danno totale. Si paga una somma aggiuntiva che aiuta il cliente sia a saldare il contratto di finanziamento che ad acquistare un veicolo sostitutivo, qualora sia trascorso più di un anno dalla data di acquisto, perchè senza questa copertura non c’è modo che qualcuno paghi per voi per ottenere una vettura nuova di zecca. Così si evita di rimanere senza auto e in parte con un debito in sospeso.
Si potrebbe ancora non avere i soldi per comprare un’altra macchina nuova di zecca – ma con questa copertura non si avrebbe almeno un debito intorno al collo. Normalmente il creditore ve la offre se avete acquistato una vettura su un prestito auto-correlato. Si può ottenere stand-alone, anche se in un rapido giro su Google rivela che alcune aziende la offrono ad prezzo fisso di 200 €. Il prodotto è presente in tre varianti:
Gap finanziaria: paga la differenza tra il debito residuo del finanziamento e il valore assicurato.
Gap index: paga una percentuale stabilita del valore di mercato del veicolo prima della perdita.
Gap “Return to invoice“: paga la differenza tra il prezzo di fattura e il valore assicurato.
I vantaggi per i Consumatori. L’acquisto dell’auto è un grande impegno finanziario per molti clienti, e quindi è giusto assicurarne la spesa. Questo prodotto dà al cliente la possibilità di liquidare il contratto di finanziamento o di acquistare un’auto sostitutiva simile in caso di danno totale.
I vantaggi per i Distributori.
Poichè i proprietari di autovetture sono sempre numerosi e alcune famiglie possiedono più veicoli, questo prodotto può essere di ampio interesse per il consumatore, specialmente in un periodo in cui le autovetture si deprezzano rapidamente.
Giovani in grosse difficoltà, uno su tre è senza un’occupazione e la gran parte dei nuovi contratti di lavoro sono ispirati alla massima flessibilità e a tipologie di lavoro para-subordinate e a partita Iva, poco tutelate anche dal punto di vista sindacale. I giovani oggi trovano grandi difficoltà ad avere una casa propria: il 36,3% degli under 35 sono costretti all’affitto, in una nazione in cui i canoni sono tra i più alti d’Europa. Il centro studi Censis riscontra nelle sue indagini una fortissima domanda di contratti di locazione presente soprattutto nelle grandi città che alimenta spesso un meccanismo perverso secondo il quale più numerose sono le richieste d’affitto più aumentano i prezzi sostenuti da una richiesta alimentata da tanti studenti e lavoratori alla ricerca di una stanza in condivisione. Dice Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, che le difficoltà del comparto da congiunturali rischiano di diventare strutturali: «La domanda dei giovani e dei nuovi nuclei familiari alimenta sempre meno il mercato dell’acquisto di case. Per questo è urgente prospettare un’offerta di abitazioni di proprietà che incontrino le esigenze delle nuove generazioni». In un settore che ha sempre fatto da volano al PIL il rischio che si staglia nell’immediato è l’esaurimento. In altre parole: non c’è più richiesta di nuove abitazioni residenziali, perché non si può sostenerne la spesa e le banche, deputate ad accendere mutui, non gradiscono condizioni lavorative iper-precarie e preferiscono non accollarsi l’onere di un cliente a rischio insolvenza. Tuttociò succede in un Paese in cui circa l’80% delle famiglie vivono in case di proprietà e i margini di crescita del mercato residenziale si restringono al massimo e il fattore che conta davvero per chi vuole acquistare casa è il sostegno familiare, unico ammortizzatore sociale per i giovani alla ricerca di un’abitazione. Per questo il fattore casa finisce per configurare un paradosso, per una società che veleggia ormai versa il trionfo dei lavori nel settore dei servizi e richiede sempre meno manodopera nell’agricoltura e nell’industria. Quale? Accertato che il mercato del lavoro offre maggiori opportunità solo a chi vive nelle grandi città metropolitane, contenitori delle occupazioni del terziario, il settore immobiliare offre invece maggiori possibilità per chi vive in provincia e nelle regioni meridionali. Secondo il Censis nel nord-Est (patria delle piccole imprese) e nel Mezzogiorno si registra una maggiore incidenza di casi in cui le famiglie più giovani vivono in una casa che appartiene a un parente, di fatto appoggiandosi al patrimonio della famiglia allargata». E soprattutto nei comuni fino a 30mila abitanti l’accesso alla proprietà appare meno problematico per le famiglie più giovani, data una domanda minore e un prezzo per forza di cose più alla portata. E se da un punto di vista sociale più generale lo schema che si profila all’orizzonte è quello di cinture metropolitane sempre più allargate (con un pendolarismo sempre più diffuso) è chiaro che per intercettare questa tendenza bisognerà fare qualcosa visto che siamo uno dei pochi Paesi europei che disincentiva le nuove generazioni a uscire dall’alveo familiare: in Francia il 28,7% dei giovani è in una casa con contratto d’affitto calmierato. E se oltralpe spuntano sempre più modelli residenziali basati sul low-cost, da noi, a stento, i giovani riescono ad accedere ai finanziamenti pubblici (a carattere regionale) per alleggerire le spese per l’affitto.
In un’intervista rilasciata al “Bild am Sonntag” in edicola domani, emerge che il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble vuole introdurre la tassazione sulle transazioni finanziarie, “se necessario, anche solo nella eurozona”, già quest’autunno. “Il divieto di vendite allo scoperto ha costituito il principio delle nostre misure. Quest’autunno introdurremo anche la tassazione sulle transazioni finanziarie.” Bisogna dare rapidamente più rigore e più trasparenza al settore finanziario, ha detto ancora Schäuble, sostenendo che la politica deve muoversi per non sembrare al traino dei mercati. C’è l’esigenza, a parere del ministro tedesco di “regolare più velocemente e con più decisione il settore finanziario, aumentandone la trasparenza”, includendo “al di là delle banche, anche hedge fund e private equity”. “Questo vale pure per i numerosi prodotti finanziari moderni altamente speculativi”, ha aggiunto. Poichè deve essere chiaro che la politica è il dominus dei procedimenti, e non il mercato”. In effetti un’mposta sulle transazioni finanziarie transfrontaliere era stata proposta, per la prima volta, nel 1978, dall’economista James Tobin. L’imposta, denominata “Tobin tax” dal suo promotore e da applicarsi alle operazioni di trading in valute, ha l’obiettivo di ridurre le speculazioni finanziarie di breve periodo. Il dibattito in materia d’imposizione delle transazioni finanziarie internazionali, riproposto in concomitanza con la situazione di crisi economica globale iniziata nel 2008 – riguarda l’imposta da applicarsi ad una tipologia di operazioni più ampia di quella interessata dalla “Tobin tax”: trattasi, in particolare, di operazioni di trading in derivati, equity e bond. La “financial transactions tax”, quindi, ha un ambito di applicazione più ampio della “Tobin tax”. Secondo la Commissione europea esistono ancora delle voci pro e contro l’introduzione di questa tassa per cui è auspicabile un urgente approfondimento. Le considerazione da parte della Commissione sono state condensate nel documento del 1 aprile 2010, “Innovative financing at a global level”, dove, tra gli altri, si esaminano gli impatti di tale imposta dal punto di vista:
* del potenziale di “revenue-raising”;
* degli effetti sull’efficienza e la stabilità del mercato;
* degli effetti sulla distribuzione della ricchezza;
* degli aspetti amministrativi e legali.
Con riferimento al primo aspetto (potenziale di “revenue-raising”), la Commissione ne sottolinea la “asimmetricità” del gettito dal punto di vista geografico. In ambito UE, infatti, la maggior parte del gettito da “financial transactions tax” riguarderebbe i Paesi con importanti centri finanziari; alcun significativo gettito si registrerebbe invece nei restanti Stati. Tale “asimmetria”, a parere della Commissione, solleva altresì la questione della titolarità del prelievo, nonché della possibilità di una ripartizione del gettito a livello internazionale. Per quanto riguarda gli effetti sull’efficienza e la stabilità del mercato, la Commissione rileva come il numero delle transazioni finanziarie di norma diminuisce nei mercati in cui l’imposta in parola viene applicata, con conseguente riduzione della liquidità. A seconda poi dell’aliquota applicabile, l’imposta reca con sé il rischio di un aumento:
•del “cost of capital for business”;
•del “cost of financial risk distribution”;
•dei “financial costs” per i governi i quali potrebbero essere indotti a corrispondere “higher interest if the tax falls on the investor”. Al fine di valutare gli aspetti “distributivi” della “financial transactions è opportuno considerare se l’imposta è progressiva. Si tratterà, comunque, di un’analisi empirica perchè, a parere della Commissione, mancano i dati rilevanti. Se, da un lato, è possibile sostenere che l’imposta dovrebbe essere progressiva (i ricchi effettuano di regola operazioni finanziarie in misura maggiore rispetto ai meno ricchi), dall’altro, si rileva che essa dovrebbe trovare applicazione anche con riferimento alle attività dei fondi pensionistici e dei fondi di investimento, che di regola gestiscono anche i risparmi dei percettori di reddito medio-basso. Dal punto di vista legale, la “financial transactions tax” potrebbe sollevare alcuni problemi di incompatibilità:
- con la libertà di circolazione dei capitali tra Stati membri e tra Stati membri e Stati terzi;
- con l’art. XI del General Agreement on Trade in Services (GATS), il quale prevede che gli Stati del WTO non possono imporre alcuna restrizione alle transazioni finanziarie internazionali;
- con l’art. 5 della direttiva 2008/7/CE, il quale prevede che gli Stati membri non possono assoggettare a tassazione (indiretta) “the creation, issue, admission to quotation on a stock exchange, trading with stocks, shares or other securities of the same type, or of the certificates representing such securities”.
Nel febbraio 2011, la Commissione europea aveva lanciato una consultazione pubblica sulle possibili politiche da attuare nel settore dell’imposizione delle transazioni finanziarie. I soggetti interessati potevano inviare i loro commenti sul tema entro il 19 aprile 2011. I risultati della consultatione sono stati pubblicati sul sito ufficiale della Commissione europea in generale, mentre NGOs e privati cittadini supportano l’introduzione di una “financial transactions tax”, istituzioni finanziarie e operatori economici ne contrastano l’adozione. Nel corso dell’ECOFIN del 17 maggio 2011, il Consiglio dell’UE ha esaminato il Rapporto della Presidenza ungherese dell’Unione sullo stato dell’arte delle discussioni in materia, mentre è allo studio della Commissione l’Impact assessment. L’orientamento del Ministro delle Finanze tedesco, esplicitato ieri, sembra accellerare il processo di presentazione di una proposta legislativa unitaria da parte della Commissione europea.
A proposito di soldi, normalmente, è il più sicuro degli investimenti. Ma queste certezze ora sembrano spazzate via dalla crisi del debito che sta imperversando in tutta Europa. Come va dicendo il Ministro delle Finanze italiano c’è bisogno di fare il tagliando per cercare di mettere a fuoco il settore. Intanto gl’investitori che acquistano fondi in euro con contratti di assicurazione sulla vita sono tutti attratti dalla sicurezza degli investimenti e delle loro prestazioni. L’assicuratore copre l’intero importo investito e gestisce un patrimonio in modo avere un profitto maggiore dell’inflazione. Per fare questo, investe la maggior parte del capitale in obbligazioni. Questa tasca, rappresenta in media l’80% del patrimonio in gestione. Normalmente, è il più sicuro patrimonio, il rischio che l’emittente di default è minimo. Ora la crisi dei debiti sovrani fa traballare queste certezze. Gli investitori hanno ragione di preoccuparsi? Qual è l’impatto della crisi greca sui rendimenti?
La Grecia ha dovuto ricorrere a riprogrammare i propri debiti come parte di un piano di salvataggio. Ciò ha determinato una svalutazione del 21% del suo debito. Questo autunno, tuttavia, le conseguenze saranno rendimenti ridotti in modo marginale sulle polizze assicurative vita, perché gli assicuratori hanno acquistato pochi titoli del debito greco di solito meno dell’1% del loro patrimonio. L’ammortamento del debito greco dovrebbe pesare in una perdita di rendimento del fondo in euro di circa l’0,2% in media in più all’anno. E se la crisi si dovesse estendere ad altri paesi europei?
Gli assicuratori vita detengono pochi titoli di stato di altri paesi, i cui valori sono caduti nei mercati. Se la percentuale di Irlanda e Portogallo è piccola, quella di Spagna e Italia è più robusta. Rappresentano in Francia, a partire dal 1 gennaio di quest’anno, l’8,87% del patrimonio gestito da CNP Assurance (Poste e Cassa di Risparmio), il 12% di quello di Generali France. Tuttavia, il calo del valore di tali titoli non incide né sull’assicurato nè sull’assicuratore. Essi non riflettono il valore di mercato delle obbligazioni per finanziare ritorni in euro. Questi titoli sono infatti interamente rimborsati dall’emittente alla scadenza. In caso di inadempimento di quest’ultima, avranno una specifica indennità per ridurre le perdite. Tuttavia, il fallimento di questi stati potrebbe compromettere i rendimenti dei fondi in euro e minacciare la solvibilità degli assicuratori. Portafogli a reddito hanno una buona probabilità di essere insufficiente a soddisfare il pagamento degl’ interessi, mentre assorbono le perdite registrate sugli obblighi di questi paesi. L’assicuratore dovrebbe attingere a fondi propri per compensare la perdita e, se non sufficienti, si trasformerebbe in bancarotta. Che cosa accadrebbe in caso di fallimento dell’impresa di assicurazione? L’ipotesi del fallimento di un assicuratore, anche se non si può escludere, è altamente improbabile. Ci sono, infatti, alte possibilità che i governi intervengano per salvare l’azienda dal fallimento, oltre alla possibilità di accedere a fondi di garanzia nazionali presenti in molti stati europei.
Dal 1° gennaio è divenuta operativa la nuova architettura di vigilanza europea e Solvency II si sta preparando ad entrare in vigore dal 1° gennaio 2013. Ai supervisori nazionali vengono attribuiti nuovi compiti di vigilanza e di raccordo in un quadro di crescente armonizzazione. Secondo l’Isvap lo scorso anno il mercato assicurativo italiano ha continuato ad esprimere una certa dose di vitalità, più elevata rispetto alla media europea e all’andamento dell’economia interna. Il contributo alla formazione della ricchezza nazionale per la prima volta dal 2010 ha superato l’8% in termini di rapporto tra raccolta e PIL. Da una analisi dei dati ISVAP si evince che si è ridotto il peso delle società a partecipazione paritetica assicurativo-bancaria, mentre sotto il profilo distributivo, all’interno di un processo che vede un graduale affievolimento del ruolo del canale agenziale, c’è la conferma del ruolo specialistico di quello dei broker e una crescita dei canali diretti. Inoltre molte sono le iniziative volte all’utilizzo degli sportelli bancari e postali nella distribuzione di prodotti danni, anche nel ramo della r.c.auto; resta ferma la prevalenza del canale bancario nella commercializzazione delle polizze vita (circa il 60%). Parimenti, sono cresciuti l’abusivismo e la commercializzazione di polizze contraffatte, concentrati nel ramo r.c. auto: 18 i casi evidenziati dall’Autorità solo nei primi 5 mesi del 2011 che seguono ai 12 registrati nel 2010.I rami danni continuano invece a risentire delle sorti della copertura obbligatoria r.c. auto, di nuovo in crescita e che fornisce un apporto prossimo al 50%; le altre coperture, tipicamente a supporto di famiglie e imprese, nell’ultimo quinquennio sono rimaste sostanzialmente ferme (in termini omogenei: 18.856 milioni del 2010 rispetto ai 17.943 milioni del 2006). Nel 2010 le tensioni sul mercato sono state ancora molto forti. L’Autorità ha avviato 14 istruttorie nei confronti di altrettante compagnie per sospetta elusione, attraverso la leva tariffaria (con premi annui fino a 8.500 euro), dell’obbligo a contrarre previsto dalla legge a carico delle imprese. Tredici di queste si sono già concluse con l’avvio della procedura sanzionatoria. Inoltre, sono state aperte indagini sul fenomeno delle disdette massiccie dei contratti r.c. auto, attuate da alcune compagnie prevalentemente per alcune categorie di assicurati e per vaste zone del Paese (concentrate al Sud) e l’Autorità ha ribadito a tutto il mercato le regole di comportamento da adottare in fase di assunzione dei contratti. Il 2010 mostra alcuni segnali di miglioramento del ramo sul piano tecnico, che stanno trovando conferma nei primi mesi del 2011; ciò sconta, comunque, l’aumento dei prezzi. L’incremento del 4,5% della raccolta conferma che, in presenza di una sostanziale stabilità del parco veicoli, sono i prezzi unitari ad agire da elemento propulsivo con effetti penalizzanti per gli assicurati (raccolta in crescita anche nel primo trimestre 2011: +6% rispetto all’analogo periodo dell’esercizio precedente). La situazione più volte denunciata non ha quindi mostrato segnali di inversione di tendenza. Per quanto riguarda le truffe sulla RCA Auto da fonti Ansa che riporta uno studio del Sole 24 ore effettuata sempre su dati ISVAP, le provincie con il piu’ alto numero di truffe alle assicurazioni sono: Caserta, Napoli, Foggia e quarta, sempre a livello nazionale, Crotone.
Nella vicina Svizzera le compagnie di assicurazione offrono più posti di lavoro che non le banche. I dati pubblicati dalla JobDirectory svizzera indicano che gli assicuratori svizzeri sono alla ricerca di una forza lavoro sempre più qualificata: Alla fine di agosto 2011 erano circa 1.242 le posizioni aperte presso le compagnie di assicurazione, il 21% in più rispetto all’inizio di quest’anno, un dato del 43% superiore ai livelli del gennaio 2010. Inoltre due delle più forti compagnie: la Zurich Financial Services AG e la Baloise Holding AG ed altri operatori nel campo delle assicurazioni svizzere sono alla ricerca di acquisizioni di altre società assicurative anche all’estero per compensare qualche possibile futuro rallentamento della crescita nel mercato nazionale. E’ questa l’opinione della Fitch Ratings che giudica bassi i tassi d’interesse e in rallentamento la crescita economica. Zurich Financial, che è la più grande compagnia di assicurazione svizzera, ha acquistato il 51% della società assicurativa sudamericana del Banco Santander per 2,1 miliardi dollari in febbraio e la Baloise in gennaio aveva perfezionato con 75 milioni di euro l’acquisizione di Avero Schadeverzekering Benelux NV dal gruppo Eureko.


